Le leggi anti-squat si irrigidiscono, e la mappa delle occupazioni cambia direzione: ciò che ieri era il bersaglio abituale oggi scivola in secondo piano. Si affacciano luoghi più fragili e sorprendenti, segno di un adattamento rapido che mette alla prova argini normativi e buon senso. Per proprietari e amministrazioni la partita si complica, tra procedure incerte, confini giuridici porosi, costi che lievitano. La traiettoria del fenomeno attraversa confini e statistiche, e racconta una corsa a rincorrersi tra regole e nuove pratiche.
I nuovi bersagli dei senzatetto: come le leggi anti-squat hanno cambiato il fenomeno
Negli ultimi anni lo squatting ha cambiato pelle. Le occupazioni si spostano dai centri abitati verso spazi più vulnerabili e meno presidiati. Tu lo noti nei parcheggi, nei magazzini, nei terreni agricoli. La stretta normativa ha ridotto i varchi nelle case vuote, ma ha aperto fronti inattesi. La geografia del disagio si ridisegna, lontano dai citofoni e vicino alle aree grigie del diritto. Che cosa significa per chi vive e lavora in quei luoghi?
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Le nuove strategie dei senzatetto
Il fenomeno non si limita più ad appartamenti o villette lasciati all’incuria. Parcheggi privati, magazzini agricoli, capannoni dismessi e appezzamenti isolati sono le nuove mete. In città, alcuni posti auto restano occupati per settimane, senza strumenti rapidi per il rientro in possesso. Nelle campagne, i proprietari temono per depositi e rimesse, spesso prive di tutela specifica. A Maiorca, una sentenza ha riguardato l’occupazione di un hangar agricolo, segno di un cambio di rotta strategico: laddove l’abitazione è più protetta, l’attenzione si sposta su spazi funzionali ma meno difesi.
L’impatto delle leggi anti-squat
L’inasprimento normativo, come la legge organica 1/2025 in Spagna, ha reso più rischiosa l’occupazione di case sfitte. Gli iter promettono tempi più veloci, con prime udienze entro 15 giorni. La pressione giudiziaria spinge quindi verso aree “intermedie”, non abitative e meno presidiate dalle tutele. Restano però zone d’ombra. In alcuni casi, l’accesso illecito a acqua ed elettricità pone problemi pratici e giuridici. La linea tra uso e abuso non è sempre netta, e le amministrazioni oscillano tra esigenze di ordine pubblico e limiti operativi. Il risultato è un arretramento del fenomeno dalle abitazioni verso spazi difficili da monitorare.
Dati e geografia di un fenomeno in crescita
La portata del fenomeno è significativa. In Spagna, nel 2022, si sono registrate 16.500 segnalazioni, con aree come Andalusia, Catalogna e Comunità Valenciana più esposte. Le occupazioni crescono sia nelle città sia nelle zone rurali, componendo una mappa sfumata e mobile. Anche in Italia si osserva una dinamica simile: non solo edifici, ma foreste, giardini privati, piscine e imbarcazioni diventano obiettivi. La logica è semplice. Più un bene è lontano, meno è sorvegliato. Le reti locali faticano a cogliere spostamenti rapidi, mentre i proprietari spesso scoprono tardi la presenza degli occupanti.
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I limiti della legge e le sfide per i proprietari
Le norme rafforzate non risolvono l’intero quadro. La rimozione forzata resta lunga e costosa, specie quando l’immobile non è abitazione principale. I comuni ammettono difficoltà applicative, tra carenza di personale e iter amministrativi complessi. Qui si forma il vuoto che gli occupanti sanno sfruttare, spostandosi dove la resistenza è minore. Se sei proprietario, ti confronti con notifiche, sopralluoghi, tempi tecnici. La prevenzione diventa cruciale: recinzioni curate, controlli periodici, segnalazioni tempestive. È una strategia meno appariscente della repressione, ma oggi spesso più efficace sul terreno.





